
Dan Simmons, Il canto di Kali (Song of Kali, 1985)
Avevo detto domani? E quel domani era domenica? Mannaggia, la mia pigrizia come sempre prevale su tutte le buone intenzioni! :-P Beh, eccomi qua, parliamo del libro d'esordio di Dan Simmons, il visionario creatore del magniloquente ciclo dei Canti di Hyperion... come partire, se non con una frase d'effetto?
Questo libro è assolutamente orribile.
Orribile non in senso artistico: il romanzo è scritto benissimo, la storia scorre che è un piacere, i personaggi sono caratterizzati bene, la vicenda è intrigante... però il tutto è condito da elementi fortemente disgustosi e/o macabri, per cui è roba per stomaci forti, siete avvisati!
Dunque, dato che la tendenza a inquadrare ogni romanzo in un genere particolare è sempre fortissima, direi che Il canto di Kali è fondamentalmente un giallo/noir, o semplicemente un romanzo drammatico... che scivola nell'horror se consideriamo reali gli eventi apparentemente soprannaturali che accadono nel corso della storia, mai del tutto spiegati. Questo se partiamo dal presupposto che il genere horror si definisca come tale in base alla presenza in esso dell'elemento soprannaturale: se invece per horror intendiamo lo splatter e il macabro fine a se stesso come tende a fare Hollywood da qualche anno a questa parte, allora bolliamo tranquillamente il romanzo di Simmons come horror tout-court.
Il romanzo, ambientato nel 1977, narra la vicenda di Robert Luczak, un poeta e giornalista americano di origine polacca che riceve un incarico particolare: recarsi a Calcutta per recuperare il manoscritto dell'ultima opera del poeta bengalese Das e, se possibile, intervistare l'autore stesso. Un aspetto curioso dell'incarico è che Das risulta essere disperso da diversi anni, probabilmente morto annegato, eppure diversi personaggi di spicco della scena culturale indiana sono pronti a giurare che egli sia vivo e pronto ad incontrare Robert. Benché il collega di Robert, Abe Bronstein, cerchi di dissuaderlo in tutti i modi dall'andare in quella città maledetta, il nostro protagonista decide di partire, accompagnato dalla moglie indiana Amrita, una docente di matematica poliglotta, e dalla figlioletta in fasce, Victoria. Una volta giunti a Calcutta si trovano davanti un quadro di miseria e degrado, malattia e criminalità, un vero inferno sulla terra. Forse è questo l'aspetto più rilevante del romanzo: la descrizione della miseria più totale, senza remore e senza censure, per non dire senza pietà. Quest'ambiente degradato ha una sua poesia particolare, decadente se vogliamo, e Simmons ne tratteggia il quadro in maniera quasi violenta, lasciando un ricordo indelebile nella mente del lettore. Lo stesso Robert, che narra la sua storia in prima persona, non manca più volte di esprimere il suo disgusto verso quel microcosmo affollato di mendicanti, lebbrosi, criminali spietati, in un crescendo di disgusto che inevitabilmente rende la lettura pesante per chi non ama il macabro (io per esempio non lo amo più di tanto, ma in qualche modo sono arrivato alla fine del libro, eheh!).
Su questo sfondo degradato si svolge la ricerca di Das, durante la quale Robert incontra vari personaggi più o meno pittoreschi che lo aiuteranno o lo ostacoleranno in vari modi, mentre viene alla luce l'esistenza dei Kapalika, un culto di fanatici devoti alla malvagia dea Kali. La vita di Robert e della sua famiglia verrà sconvolta da eventi terribili che li segneranno per sempre e, come lo stesso narratore ci dice fin dalla prima pagina del libro, Calcutta gli si rivelerà come un luogo troppo malvagio e orribile per esistere, una sorta di buco nero o di piaga incurabile. Il libro è una piccola discesa negli inferi: emozionante, affascinante, ma profondamente morboso e a momenti disturbante.
Il romanzo di Dan Simmons, come ho detto all'inizio, è un bel libro. Forse un po' troppo pesante e macabro, specie nel drammatico finale, ma pur sempre una lettura avvincente, che consiglio però solo a chi ha lo stomaco forte. Il libro non dà certo un'idea positiva dell'India, o almeno di Calcutta, ma ne trasmette in un certo senso il fascino esotico, benché sepolto sotto una montagna di rifiuti e di cadaveri di derelitti. Non è certo un libro per bambini!
